Leucodistrofia Metacromatica

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Leucodistrofia metacromatica, cos’è?

La Leucodistrofia metacromatica è una malattia rara autosomica recessiva causata da un accumulo di sostanze grasse chiamate sulfatidi nelle cellule e nei nervi che riducono la guaina mielinica. Colpisce mediamente un soggetto ogni 40.000, senza distinzione di sesso, ma il numero di portatori sani è ben più elevato, valutato nel rapporto di 1:100.  La leucodistrofia metacromatica è stata descritta per la prima volta dal dottor Greenfield nel 1933,e per diverso tempo ad essa si fece riferimento con il nome del suo scopritore.
Danneggia le cellule del sistema nervoso centrale – cervello, midollo spinale – quanto quelle del sistema nervoso periferico – mani, piedi, altre parti del corpo – conducendo nel giro di qualche anno alla morte dell’organismo.

Cause

Si conoscono 8 tipologie di Leucodistrofia, tutte causate da un progressivo leucodistrofia metacromaticadeterioramento della guaina mielinica nelle cellule. Nel caso della leucodistrofia metacromatica si tratta di una malattia genetica ereditaria trasmessa al nascituro da due genitori che – quasi sempre essendone all’oscuro – sono portatori sani del gene della leucodistrofia metacromatica. Il difetto genetico è stato rilevato nel cromosoma 22, alla posizione q13.31, dove si trova il gene che provvede alla produzione di un enzima chiamato Arilsufatasi o più comunemente ARSA, deputato alla scomposizione dei grassi sulfatidi.
In un organismo in salute essi costituiscono il 4 0 6% dei lipidi della mielina, ma nei soggetti con Leucodistrofia, a causa dell’assenza dell’ Arilsufatasi, i sulfatidi si accumulano in tutte le cellule, da quelle dei reni a quelle del fegato, ma più pericolosamente in quelle del sistema nervoso centrale e periferico, inibendo la regolare formazione della cosiddetta materia bianca o guaina mielinica, senza la quale i nervi non sono in grado di trasportare correttamente le informazioni da e verso il cervello.

Sintomi e tipologie della Leucodistrofia Metacromatica

Il danno alla materia bianca provoca nelle persone colpite sintomi incompatibili alla vita, che nel giro di pochi anni portano alla morte. Si conoscono tre tipi di Leucodistrofia Metacromatica:

  • infantile. Insorge fra i tre mesi e i tre anni di età, e rappresenta la forma più frequente di Leucodistrofia, comprendendo circa il 50 o 60% dei casi. I primi sintomi manifesti sono dolori muscolari e difficoltà locomotorie. In un secondo momento sopraggiungono problemi alla vista, all’udito e a tutti i sensi in generale. I bambini con leucodistrofia metacromatica in breve tempo non reagiranno più agli stimoli e diverranno catatonici. La morte arriva nel giro di cinque anni.
  • giovanile. Fra i 4 e i 16 anni, con un’incidenza fra il 20 e il 40% circa. Il decorso della malattia è molto più lento rispetto alla tipologia infantile, con un esordio più mite. I primi sintomi sono cognitivi, rendimento scolastico insufficiente, cali dell’attenzione, difficoltà nel linguaggio. In seguito l’adolescente manifesta difficoltà a camminare, tremori, regressione mentale. Le aspettative di vita sono di circa 10 anni dall’esordio dei sintomi.
  • adulta. Si tratta della forma più rara, il 15% della casistica presa in analisi, che fa il suo esordio in un qualsiasi fase della vita dopo la pubertà. A differenza delle altre forme, l’adulto con leucodistrofia metacromatica può sopravvivere con la malattia anche per diversi decenni; purtroppo, i sintomi restano invalidanti. Inizialmente possono essere interpretati come i segnali di una schizofrenia o di qualsiasi altra psicosi. Il soggetto è aggressivo e tende a perdere le capacità intellettive. Successivamente diviene cieco a incapace a muovere i propri arti. A questi, si accompagnano ulteriori disturbi neurologici.


Diagnosi

La leucodistrofia metacromatica è una malattia rara che difficilmente viene presa in considerazione nella primissima formulazione di una diagnosi. Nei bambini capitata che essa sia confusa con un ritardo dello sviluppo o altre patologie più comuni come la malattia di Battern; non sono rari, soprattutto durante la pubertà, i casi in cui i genitori tornino a casa dalla visita medica con una non-diagnosi di “normali disturbi adolescenziali”, mentre da adulti i sintomi sono parecchio simili a quelli di disturbi psichici più comuni.
Quando nello specialista si istilla il sospetto di leucodistrofia metacromatica, uno dei primi esami prescritti è la risonanza magnetica che consente di monitorare il cervello e valutare le condizioni della guaina mielinica.
Al paziente si richiede l’ immobilità assoluta durante l’esame, pertanto i bambini più piccoli e irrequieti devono essere anestetizzati prima di procedere.
Il deterioramento della materia bianca non è condizione probatoria al 100% per la diagnosi; alla risonanza magnetica vanno affiancati i classici esami da laboratorio sulle urine e del sangue, in modo da evidenziare le percentuale di arilsufatasi e di sulfatidi.
Infine, può essere eseguito il test del DNA.

Terapia e cura per la leucodistrofia metacromatica

Come per altre malattie genetiche rare, non esiste una cura. La prognosi è sempre fatale e la terapia è volta ad alleviare i sintomi più invalidanti per migliorare la qualità della vita del paziente.
Ad ogni modo, la ricerca per la leucodistrofia può oggi avvalersi dell’apporto di studiosi di tutto il mondo, a riprova che esiste la possibilità di giungere entro qualche anno ad una cura. La direzione intrapresa si orienta verso tre possibili soluzioni:

  • Terapia cellulare sostitutiva. Il trapianto di cellule staminali è alla base delle più recenti ricerche volte alla cura di  patologie che un tempo non davano al paziente nessuno spiraglio di speranza. Se il trapianto ha successo, le cellule del midollo osseo di un donatore non affetto da Leucodistrofia Metacromatica potrebbero introdurre nell’organismo del paziente l’enzima Arilsufatasi. Questa tecnica è attualmente adoperata per rallentare il decorso della malattia, ma sembra non abbia effetti sui danni pregressi.
  • Terapia dei geni. Condotta dai medici dell’ospedale San Raffaele di Milano è volta a fornire il gene necessario alla produzione dell’enzima Arilsufatasi.
  • Riduzione del substrato. Questa terapia non si concentra sulla produzione dell’enzima Arilsufatasi ma mira direttamente a ridurre i sulfatidi. Dal 2011 il dottor Maegawa è impegnato nello studio di una piccola molecola che potrebbe interferire con l’accumulo dei grassi.

Queste ed altre sperimentazioni sono condotte da gruppi isolati di medici e studiosi in tutto il mondo, nonostante le difficoltà economiche a cui inevitabilmente si è costretti a far fronte per mantenere un apparato di ricerca che ha costi milionari.


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